Pericolo Microplastiche: indispensabile l’impegno di tutti per limitare i danni all’ambiente (e alla nostra salute!)

Alle microplastiche e alla loro, ormai completa, pervasività nel nostro ambiente è dedicata ormai molta attenzione da parte dei mass media. Anche CEMAD se ne è occupato, a fondo e in diverse occasioni,  dedicando anche un video – che potete seguire sul nostro canale YouTube alla presenza delle plastiche nel nostro organismo “Microplastiche nelle feci: un campanello di allarme contro l’inquinamento

Il riciclaggio delle plastiche

Solo un mito? O peggio: una sicurezza illusoria che ci porta  a fare meno attenzione comprando più prodotti con plastica monouso nell’imballo? E’ la tesi che esprimono alcuni esperti e di cui ci parla il POST ” …nonostante il successo delle campagne per la raccolta differenziata in gran parte dei paesi più ricchi “il riciclo della plastica continua a essere un’attività economicamente marginale”, come ha scritto nel settembre del 2018 l’OCSE in un rapporto, in cui si legge che a livello globale la quantità di plastica riciclata corrisponde al 14-18 per cento del totale. Il resto della plastica finisce in inceneritori e termovalorizzatori (24 per cento) oppure è lasciato nelle discariche o disperso nell’ambiente (58-62 per cento).

Nell’Unione Europea le cose vanno un po’ meglio – è riciclato circa il 20 per cento della plastica – mentre negli Stati Uniti poco più del 10 per cento. I risultati del riciclo della plastica sono miseri soprattutto se messi a confronto con altri materiali: sia i principali metalli industriali (ferro, alluminio, rame) sia la carta hanno tassi di riciclo che superano il 50 per cento.

Ecco uno dei passaggi più significativi dell’articolo “Con risultati così magri, e che sono migliorati poco nel tempo, in molti hanno cominciato a sostenere che il riciclo della plastica sia un’attività poco efficace, arrivando a definirla “autoassolutoria”.

Questo mese il sito di NPR, rispettata emittente radiofonica statunitense, ha pubblicato un’inchiesta in cui, consultando documenti d’archivio e intervistando alcune persone coinvolte, sostiene che le grandi compagnie del petrolio abbiano finanziato negli ultimi decenni tutte le maggiori campagne per il riciclo della plastica perché, anche se riciclare è poco efficace, “se il pubblico pensa che il riciclo funziona allora non si preoccuperà per l’ambiente” e continuerà a usare la plastica, come ha detto alla giornalista Laura Sullivan l’ex presidente di un gruppo che rappresenta gli interessi dell’industria della plastica negli Stati Uniti.

Recuperata o riciclata?

Anche dal punto di vista “tecnico” le cose non vanno poi così bene “…In Italia, per esempio, i livelli di raccolta e recupero dei rifiuti sono elevati. Nel 2018 si è raccolto in modo differenziato il 58,1 per cento dei rifiuti urbani a livello nazionale, e in alcune regioni come l’Emilia-Romagna e la Lombardia il dato supera il 70 per cento. Ma nonostante questi risultati ottimi, il tasso di riciclo e riutilizzo della plastica è molto basso.

Secondo uno studio dell’Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, soltanto il 30 per cento della plastica raccolta in Italia è riciclata. Un altro 40 per cento viene bruciato in termovalorizzatori o inceneritori, e il resto finisce in discarica. Si ricicla così poca plastica principalmente perché il metodo di riciclo più diffuso, il riciclo meccanico, è complicato, oneroso e non funziona bene per tutti i tipi di materiale.”

Questo non significa che sia il caso di gettare tutta la plastica nella raccolta indifferenziata o di smantellare le filiere del riciclo. Una parte della plastica è comunque riciclata, e gli effetti positivi per l’ambiente e per l’economia sono tangibili. Ma separare la plastica dagli altri rifiuti non dovrebbe illuderci di aver contribuito a salvare il pianeta…”

Ma prima di riciclare (sia pure in quota ancora insufficiente, come abbiamo visto) la plastica va recuperata . E il suo recupero ha mobilitato la ricerca tecnologica e scientifica in tutto il mondo. Ve ne diamo oggi due esempi molto significativi.

Ocean Cleanup vuole ripulire gli oceani: buona idea ma…ecco i rischi

Sempre il POST ci aggiorna sul progetto “…Sulla superficie degli oceani ci sono grandi ammassi di rifiuti di plastica di varie dimensioni. Finiscono in mare attraverso i fiumi e si raccolgono in aree molto estese – centinaia di migliaia di chilometri quadrati, secondo le stime più caute – ma circoscritte a causa delle correnti. Finora l’unico ente a essersi preoccupato di trovare un modo per rimuoverli è Ocean Cleanup, un’organizzazione che ha progettato una grande barriera trainata da due navi per setacciare l’acqua degli oceani.

Quello di Ocean Cleanup è un piano ambizioso, che ha sempre ricevuto molte attenzioni e grandi finanziamenti, ma allo stesso tempo è stato anche assai criticato da persone esperte di inquinamento e biologia marina: per l’effettivo livello di efficacia che raggiungerà, per l’inquinamento atmosferico che necessariamente causerà e per l’impatto che avrà su molti animali marini che vivono in superficie, in alcuni casi sfruttando la presenza della plastica.

Con quale metodologia di raccolta? Anche su questo ci sono molti (fondati) dubbi : “Il System 002 (così è codificato il sistema di raccolta NDR)  è sempre fatto di una grande barriera di galleggianti e reti, ma a differenza delle versioni precedenti la barriera viene costantemente trainata da due navi nelle aree dove si raccolgono i detriti di plastica…”

“… il modo migliore per farlo è evitare che la plastica ci finisca”

I carburanti per navi però sono tra i più inquinanti al mondo e producono una gran quantità di emissioni di gas serra (la causa del cambiamento climatico): è per questo che l’attuale progetto di Ocean Cleanup è così criticato, soprattutto perché nelle prime versioni la barriera non avrebbe dovuto produrre un tale inquinamento.

«Penso che il progetto nasca dalla buona intenzione di salvaguardare l’oceano, ma il modo migliore per farlo è evitare che la plastica ci finisca», ha detto di recente a Reuters Miriam Goldstein, oceanografa e responsabile dei programmi per l’oceano del think tank Center for American Progress: «Una volta che la plastica è arrivata in mare aperto andare a riprenderla diventa molto costoso e causa molte emissioni».

In pratica, si replicherebbero con questo sistema alcuni dei danni causati alla flora e fauna marina dalle famigerate reti a strascico. A questo punto più di qualche dubbio è legittimo.

E le plastiche nel suolo?

Ce ne parla la LIBERTA’, vediamo “Gli effetti delle plastiche sul suolo sono in larga parte sconosciuti, nonostante la quantità di plastica introdotta nel suolo sia pari, se non superiore, a quella negli ecosistemi acquatici (fiumi, mari e oceani).

“Minagris”, un progetto finanziato dall’Unione Europea, si occuperà di studiare le modalità di ingresso delle plastiche nel suolo agricolo e di valutare come queste influenzino biodiversità, funzioni del suolo con relativi servizi ecosistemici e produttività agricola.

Minagris (‘Micro- and Nano-plastics in Agricultural Soils’) esaminerà l’impatto delle plastiche sul suolo agricolo intraprendendo esperimenti in 11 casi studiodistribuiti in tutta Europa, incluso uno in Italia. Una volta identificati gli effetti delle plastiche sul suolo, il progetto fornirà ad agricoltori e stakeholders strumenti e supporto in modo da valutare la loro esposizione e li supporterà nell’adozione di pratiche agricole sostenibili in modo informato.”

“L’Università Cattolica del Sacro Cuore sarà coinvolta nel progetto Minagris con un team interdisciplinare di microbiologi, agronomi ed entomologi – precisa il professor Edoardo Puglisi, docente associato di Microbiologia agraria della Facoltà di Scienze Agrarie, alimentari e ambientali dell’Università Cattolica

L’obiettivo è raggiungere una valutazione integrata dell’impatto di plastiche e bioplastiche sulle comunità microbiche coinvolte nella fertilità del suolo, sulla produttività e fisiologia di piante agrarie e su artropodi del suolo. Si valuterà inoltre il possibile ruolo delle api e del loro microbioma quali indicatori della contaminazione da nanoplastiche, la frazione di più difficile misurazione ma potenzialmente più rilevante in termini di impatto sull’ambiente e sulla salute umana”.

Come ridurre le plastiche monouso?

Chiudiamo con un semplice memo: ricordiamoci che la plastica è un materiale destinato a durare nel tempo e quindi il suo utilizzo ci metterà sempre nella condizione di dover fare scelte consapevoli: attiviamoci nel nostro quotidiano per ridurne il consumo.

Ecco cinque semplici consigli dal blog LAICA  con questo obiettivo

1 – Acqua in bottiglia per diminuire l’inquinamento dato dal loro consumo, è possibile scegliere di bere acqua del rubinetto di casa. Lo abbiamo già detto qui, ma l’acqua della rete idrica casalinga nelle case degli italiani nonostante sia potabile e sicura, a volte può risultare sgradevole come gusto a causa della presenza di cloro. Dotarsi anche di un sistema filtrante, come una caraffa o una bottiglia, rende questa materia prima “a chilometro zero” davvero pratica, sempre a portata di mano, economica e dal gusto buono.

2 – Piatti di plastica, posate e cannucce monouso Evitare di utilizzare per feste e compleanni piatti, posate e cannucce di plastica monouso è un’azione semplice, quanto fondamentale. Il loro riciclo è davvero molto difficile, tanto che ormai sono considerati tra i responsabili maggiori dell’inquinamento da plastiche monouso. Possibili alternative? Posate e piatti in bambù, così come le cannucce. O in altri materiali sempre molto economici e leggeri, ma più facili da riciclare in fase di smaltimento.

3 – Sacchetti della spesa Ormai tutti i supermercati permettono di comprare buste riutilizzabili e durature. Forme, dimensioni e fantasie soddisfano senza problemi i bisogni più disparati e anche le casse automatiche permettono di utilizzare il “proprio sacchetto” evitando così inutili sacchetti di plastica fragili e poco pratici. Usare un proprio sacchetto della spesa è semplice, pratico e comodissimo.

4 – Detersivi Utili e necessari, non è pensabile fare a meno di detersivi e ammorbidenti, vero? Spesso però i flaconi e i contenitori di questi prodotti, una volta finiti, vengono gettati e non riciclati. Ciò che si può fare per diminuire l’impatto ambientale è cercare di riutilizzare i contenitori di plastica scegliendo di riempirli nuovamente nelle corsie di quei supermercati che permettono una vendita di prodotti sfusi per l’igiene della casa. Questo consiglio vale anche per shampoo, saponi e altri detergenti intimi.

5 – VETRO: il materiale amico dell’ambiente Avete finito quella bottiglia di olio che avevate comprato? È in vetro e ha una chiusura e un tappo molto affidabili? Riutilizzatela! Spesso buttiamo contenitori di vetro, di varie forme e dimensioni, senza pensare che possano essere in realtà riconvertiti. Basta lavarli molto bene e iniziare ad usarli per scopi differenti: marmellate, centrifughe, sottoaceti. Gli usi sono davvero infiniti e il vetro è un super alleato affidabile nella conservazione.

 

 

 

 

 

 

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